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Caterina Chinnici: “L’ergastolo ostativo un istituto fondamentale nella normativa antimafia il cui spirito merita di essere salvaguardato nell’opera di armonizzazione con il quadro costituzionale ed europeo affidata al legislatore”

Intervento dell’On. Caterina Chinnici alla conferenza su La riforma dell’ergastolo ostativo ed il “diritto alla speranza”: quali prospettive? – 28 novembre 2022

La riforma della disciplina dell’ergastolo ostativo, oggetto del decreto attualmente in sede di conversione, origina, come è noto, da una vicenda europea “in senso lato”, riferita cioè al sistema della Convenzione EDU, in particolare alle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Va subito precisato infatti che il tema, pur non del tutto estraneo alle politiche e alle azioni dell’Unione europea, non ha sin qui costituito oggetto di interventi o dibattiti specifici sul piano unionale, fondamentalmente per un duplice ordine di ragioni. Da un lato, le limitate competenze in materia dell’Unione (pur non essendo mancate, negli anni, iniziative relative alle condizioni degli istituti di detenzione, cui peraltro ho preso personalmente parte nella precedente legislatura, con apposite missioni, sfociate poi in una risoluzione del Parlamento europeo sul tema). Dall’altro lato, la natura specifica, peculiare dell’istituto dell’ergastolo ostativo e della relativa disciplina, “tutta italiana” per così dire (purtroppo, potrebbe aggiungersi per certi versi, in quanto “spia” della mancanza di normative specifiche contro la criminalità organizzata, e contro la criminalità organizzata mafiosa in particolare, negli altri Stati membri, nonostante questi non possano ormai considerarsi immuni al fenomeno, tutt’altro!).

Senza voler ripercorrere nel dettaglio la giurisprudenza di Strasburgo che ha dato origine alla questione domestica, sarà sufficiente richiamare, anzitutto, la sentenza del 9 luglio 2013 nel caso Vinter e altri c. Regno Unito, con cui la Grande Camera ha subordinato la compatibilità dell’ergastolo con il divieto di pene e trattamenti inumani o degradanti di cui all’art. 3 CEDU, alla previsione della possibilità della liberazione, attraverso un meccanismo di verifica periodica della perdurante giustificazione della detenzione, sulla base dei progressi del condannato nel percorso di reintegrazione.

Su questa scia si inserisce la sentenza Viola c. Italia del 13 giugno 2019, vero “casus belli” della questione di cui ci occupiamo, con cui la Corte europea ha ritenuto la normativa italiana dell’ergastolo ostativo contraria all’art. 3 CEDU. Questo perché il combinato disposto degli artt. 4-bis e 58-ter ord. penit. rende la pena perpetua concretamente non riducibile, in quanto la scelta di non collaborare con la giustizia non sarebbe del tutto libera, ma motivata dal timore di ripercussioni su di sé e sui propri familiari, e perché la collaborazione con la giustizia non potrebbe considerarsi quale unica prova possibile della dissociazione dall’organizzazione criminale, dovendo il giudice poter valutare anche sulla base di altri elementi il cammino di risocializzazione.

La sentenza Viola costituisce un importante tassello del cammino di progressivo riconoscimento del cosiddetto “diritto alla speranza” che, secondo quanto affermato dal giudice Power-Forde nella sua opinione concorrente alla sentenza Vinter, costituisce «un aspetto importante e costitutivo della persona umana», ricompreso nell’art. 3 CEDU.

Diverse sono, tuttavia, le critiche che possono sollevarsi e che, in effetti, sono state sollevate nei confronti della pronuncia resa nel caso Viola c. Italia. Ed il fatto di sottolinearle non vuole assumere un intento meramente destruens, bensì squisitamente construens, perché esse evidenziano la complessità della questione, la cui consapevolezza è condizione necessaria per una più matura analisi della riforma oggi oggetto di dibattito. Consapevolezza di cui ha dato prova la nostra Corte costituzionale, che si è astenuta da un intervento meramente demolitorio, e ha prima concesso termine al Parlamento per riesaminare funditus la questione (ord. n. 97 del 2021 e ord. n. 122 del 2022), poi ha da ultimo rinviato gli atti al giudice a quo per ius superveniens (ord. n. 227 del 2022).

Complessità, si è osservato, non del tutto presente invece ai Giudici di Strasburgo. Dalla sentenza Viola, infatti, non sembra trasparire una conoscenza approfondita della realtà italiana, come si deduce dall’accoglimento acritico della tesi secondo cui la ragione principale del rifiuto di collaborare risieda nel timore per la vita propria o dei propri familiari[1].

La sentenza Viola, inoltre, non sembra tenere in adeguato conto quelle che sono le “esigenze del sistema” (valorizzate invece dalla sentenza G.I.E.M del 2018 in tema di confisca urbanistica rispetto alla quale sono però certamente meno pressanti): la collaborazione con la giustizia rappresenta uno strumento indispensabile nel contrasto alla criminalità organizzata, rispetto alla quale, tra l’altro, incombe sugli Stati un obbligo ex art. 2 CEDU di adottare tutte le misure più adeguate a prevenire lesioni al diritto alla vita. Proprio al rischio per il «complessivo equilibrio della disciplina» e per le «esigenze di prevenzione generale e di sicurezza collettiva che essa persegue per contrastare il pervasivo e radicato fenomeno della criminalità mafiosa», ha fatto invece riferimento la Corte costituzionale nella sua prima ordinanza sulla questione.

E proprio all’obbligo discendente dall’art. 2 CEDU si è richiamato il giudice Wojtyczeck nella sua opinione dissenziente, secondo cui la sentenza Viola rischia di rendere la giurisprudenza europea in materia di ergastolo «sempre meno leggibile e sempre più imprevedibile», così contraddicendo anche il principio di prevedibilità dell’esito giudiziario, che costituisce uno dei cardini sui quali è costruito il principio di legalità convenzionale.

Quanto poi alle due principali ragioni su cui si fonda la decisione europea del 2019, può ulteriormente osservarsi, per un verso, che il timore per l’incolumità propria o dei propri familiari, nei fatti, non raggiunge un livello tale da paralizzare l’operatività delle disposizioni sulla liberazione (lo stesso Viola, argomenta il giudice Wojtyczeck, è stato condannato grazie alla collaborazione di due “pentiti”), per cui la pena resta concretamente riducibile. Né la Corte EDU ha preso in considerazione la normativa sulla protezione di collaboratori e testimoni di giustizia, di recente riformata.

Per altro verso, sotto il profilo della possibilità di ricavare da altri elementi, in mancanza di collaborazione, il progresso nell’opera rieducativa e la dissociazione dall’organizzazione criminale, va considerata la peculiarità delle strutture associative criminali, specie di quelle cui apparteneva il Viola, che si pongono non solo in alternativa ma in piena antitesi al sistema valoriale dello Stato. Non vanno cioè dimenticate le specificità dei detenuti per reati di criminalità mafiosa, né le esigenze specifiche di fronte alle quali il contrasto al fenomeno ci pone. La sentenza Viola, invece, omette di considerare se queste esigenze specifiche possano, o debbano incidere sulla disciplina del percorso di risocializzazione del condannato[2].

Infine una considerazione su un aspetto peculiare del caso, anche se non direttamente valorizzato dalla Corte EDU nelle sue conclusioni: il Viola affermava di non poter collaborare anche perché intimamente convinto della propria innocenza. Ora, che il principio della presunzione di non colpevolezza sia principio irrinunciabile, nessuno vuole dubitare: ma fino alla condanna definitiva. Il nostro sistema offre molteplici strumenti per rimettere in discussione il giudicato, dalla revisione, anche europea, alle nuove possibilità riconosciute al giudice dell’esecuzione. Al di là di queste, l’accertamento contenuto nella sentenza definitiva deve rimanere fermo.

Il Viola è stato condannato all’ergastolo per essere stato riconosciuto come promotore e organizzatore di un’associazione di tipo mafioso e per una serie di delitti fra cui omicidio e sequestro di persona aggravato da morte. Come conclude il Giudice Wojtyczeck, egli è in carcere «non perché si presume che sia socialmente pericoloso, ma perché è stato condannato ad una certa pena, tenuto conto di tutte le funzioni della pena […], perché ciò è necessario per dare un senso di giustizia alle famiglie delle sue vittime e alla società italiana in generale, e per dissuadere altri potenziali criminali dal commettere reati simili».

Luci ed ombre quindi nella vicenda Viola c. Italia, di cui, ripeto, è bene tener conto come premessa, per meglio affrontare l’analisi della normativa di recente introdotta e la sua rispondenza, o meno, ai canoni individuati dalla Corte costituzionale nella sua ordinanza con cui ha “messo in mora” il legislatore nazionale.

Legislatore cui spetta il compito di trovare la soluzione normativa più rispondente ai canoni costituzionali e convenzionali, per salvaguardare quello che, comunque, resta un istituto fondamentale nella normativa anti-mafia italiana.

[1] In questo senso A. Balsamo, Mafia. Fare memoria per combatterla, p. 151.

[2] Così ancora A. Balsamo, Mafia. Fare memoria per combatterla, p. 151-152.

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