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Brexit, crisi migratoria, misure antiterrorismo, occupazione giovanile, rilancio delle aree insulari: l’intervista a Caterina Chinnici che ripercorre il secondo anno di eurolegislatura, alla vigilia della ripresa dei lavori dopo la pausa estiva

La permanente crisi migratoria, l’emergenza terrorismo che diventa sempre più allarmante, la vicenda Brexit. Tre grandi questioni concrete che hanno quasi monopolizzato la scena nel secondo anno di questa euro-legislatura e acceso quanto mai il dibattito sulla consistenza politica dell’Unione Europea, sulla sua capacità di trovare, almeno per i principali temi di portata sovranazionale, una sintesi tra le posizioni a volte configgenti espresse dai singoli stati membri. La pausa estiva è, ancor più che in passato, un’occasione per riflettere, oltre che per guardarsi indietro e aggiornare il bilancio dell’attività svolta, alla vigilia della ripresa dei lavori fissata per il 29 agosto.

Caterina Chinnici PE
Caterina Chinnici durante un incontro nell’europarlamento

Caterina Chinnici, eurodeputata di S&D, da due anni nelle aule di Bruxelles e Strasburgo, definisce il voto dei britannici per l’uscita dall’Unione Europea “un fatto inatteso per molti, forse perché finora le campane euroscettiche sono sempre state percepite e bollate come minoritarie, come espressione di certi populismi strumentali di matrice politica. Il referendum del Regno Unito – osserva l’europarlamentare siciliana – e sostanzialmente anche le ultime elezioni presidenziali austriache, poi annullate, testimoniano invece che non si tratta solo di questo. Queste due consultazioni popolari, sebbene a mio avviso condizionate da timori legati alle strategie comuni per la gestione dei flussi migratori, ci dicono che l’Europa deve avvicinarsi di più alla gente, anche prestando maggior ascolto e attenzione alle voci del malcontento reale, che non mancano tra i cittadini dell’Unione. Al tempo stesso, però, i dati disaggregati del voto britannico hanno messo in evidenza un elemento importantissimo, la fiducia tuttora forte dei giovani nel processo di integrazione europea, che deve essere portato avanti con convinzione e rilanciato secondo quei principi condivisi su cui si fonda, anche giuridicamente, l’UE. L’Europa unita è una straordinaria risorsa per lo sviluppo, con tante potenzialità ancora da valorizzare. Ci vuole un’Europa sempre più a misura di cittadino, un’Europa per il cittadino, e stiamo lavorando molto per questo obiettivo”.

La Brexit avrà ripercussioni sull’economia italiana? E ha cambiato il rapporto con gli eurodeputati del Regno Unito nell’ambito del lavoro parlamentare?

“Qualche riflesso potrà esserci in quei paesi che hanno relazioni economiche con la Gran Bretagna, ma penso che gli effetti maggiori li avvertirà proprio il Regno Unito, che dovrà riconfigurare molti aspetti della propria politica economica e forse anche fiscale. Quanto alla situazione in parlamento, con i colleghi britannici si va avanti e si lavora come prima, al di là del fatto che Londra rinuncerà al proprio semestre di presidenza del Consiglio dell’UE. Si sa già che la procedura d’uscita richiederà un po’ di tempo. La cosa importante è che la naturale incertezza conseguente a questa situazione non si protragga oltre lo stretto necessario”.

A proposito della gestione europea della crisi migratoria, le azioni messe in campo hanno prodotto risultati?

“Sicuramente c’è stato un miglioramento nell’approccio complessivo. Anche grazie all’assidua opera di sensibilizzazione svolta dal governo italiano, promotore fra l’altro del migration compact, l’UE ha finalmente preso in carico la questione, per esempio varando un’agenda europea, istituendo gli hotspot adibiti all’identificazione e alla registrazione, rendendo possibile il ricollocamento di un certo numero di rifugiati, aprendo una sede Frontex nel cuore del Mediterraneo, a Catania, ampliando il raggio dei pattugliamenti in mare e, quindi, assumendo un ruolo molto più attivo nel search and rescue. Ed è ormai diffusa la consapevolezza che sia necessario modificare la norma del regolamento di Dublino che impone la presentazione delle richieste d’asilo nel paese d’arrivo. Tutti sappiamo bene, però, che restano irrisolti molti nodi legati all’accoglienza e che alcuni stati membri hanno mostrato di essere inclini ad alzare muri più che a sviluppare politiche d’integrazione socio-culturale. Proprio l’integrazione credo sia la chiave di volta per gestire un fenomeno epocale davanti al quale sarebbe anacronistico chiudere le porte e blindare i confini: non realizzare l’integrazione significherebbe dover fare i conti con un’intera generazione di cittadini fantasma posti ai margini della società. Non possiamo lasciare che questo accada. Va da sè che occorrono anche una decisa azione di contrasto ai criminali che sfruttano l’immigrazione, primi fra tutti i trafficanti di esseri umani, e un maggiore impegno da parte della comunità internazionale per portare pace e sviluppo nei paesi da cui hanno inizio i viaggi della speranza o, per meglio dire, della disperazione. Poi c’è la situazione in assoluto più allarmante, quella dei minori migranti, un problema che sembra essersi aggravato, stando ai dati recenti”.

Quali?

“In pratica è stato superato il rapporto di uno ogni quattro migranti. Nel 2015 i minorenni richiedenti asilo sono stati quasi 406 mila, di cui 96 mila non accompagnati, su 1 milione e 392 mila persone che hanno presentato richiesta di protezione internazionale in Europa. Proporzioni invariate nei primi quattro mesi del 2016, con oltre 95 mila ragazzi e bambini su 348 mila rifugiati. Solo in Italia, da gennaio a maggio, sono arrivati 7.567 piccoli e giovanissimi, il 92% dei quali senza genitori o altri adulti titolari di responsabilità sul minore. E in molti, poi, scompaiono nel nulla: 10 mila, secondo Europol, quelli di cui si sono perse le tracce in Europa nel 2015, metà dei quali solo in Italia. Sono loro i soggetti più vulnerabili, i più esposti al rischio povertà e ad altri gravissimi pericoli come lo sfruttamento sessuale o il reclutamento nelle reti criminali. E a loro occorre garantire, senza condizioni e con priorità su qualunque politica migratoria, il godimento dei diritti e un futuro di piena integrazione nella nostra società. Ce lo dicono la Carta europea dei diritti fondamentali e la Convenzione dell’Onu sui diritti del fanciullo, ce lo ricorda la Corte di Giustizia: l’interesse del minore viene prima di tutto. Serve un sistema europeo di protezione che non discrimini in base allo status di migrante, così come invocato dall’intergruppo europarlamentare che presiedo. L’integrazione deve necessariamente iniziare dagli hotspot, dove le procedure dovrebbero contemplare tutele ad hoc con l’intervento di personale specializzato. Proprio l’intergruppo per i diritti dell’infanzia, insieme con Unicef, ha stilato un decalogo presentato a Palermo nel gennaio scorso. Contiene alcune raccomandazioni rivolte agli operatori tra le quali, per esempio, l’adozione di cure specifiche nel contesto del salvataggio, il no a qualunque forma detentiva collegata allo status di migrante, la riunificazione o non-separazione familiare nell’interesse del minore, la necessaria conformità delle strutture d’accoglienza agli standard minimi per la tutela dei minori. Si tratta, insomma, di assicurare fin da subito il pieno godimento dei diritti fondamentali. Purtroppo pare che finora le cose non siano sempre andate così. Comunque, rispondendo a un’interrogazione di cui sono prima firmataria, la Commissione Europea ha assicurato che saranno rafforzate le azioni a tutela dei minori migranti”.

Hotspot Palermo Call
Il meeting per il lancio di Palermo Call, tenuto nel capoluogo siciliano presso l’IPM Malaspina

Ai minori è specificamente dedicata la direttiva sulle garanzie procedurali nell’ambito dei procedimenti penali, approvata a marzo. Di questa legge lei è stata artefice principale in quanto relatrice per conto del Parlamento Europeo, nel contesto della commissione Libe: quale significato può avere questa direttiva nel faticoso cammino di armonizzazione normativa all’interno dell’Unione?

“Pur se di natura settoriale, è un provvedimento con una certa portata storica. Sancisce, infatti, la nascita del giusto processo penale minorile europeo, introducendo standard procedurali ai quali i paesi membri dovranno adeguarsi affinchè siano assicurate assistenza e tutela ai minori, particolarmente vulnerabili quando sono coinvolti in una vicenda processuale penale. Il testo pone il superiore interesse del minore al centro del sistema, con l’obiettivo di bilanciare l’esigenza di accertare i fatti di reato, con le relative responsabilità, e quella di tenere nella dovuta considerazione gli specifici bisogni dei minori. Sono fissati importanti punti fermi tra i quali, innanzitutto, la necessaria assistenza di un difensore, da me fortemente voluta e finora non sempre prevista dalle legislazioni interne, ma anche il diritto del minore alla valutazione individualizzata, la formazione specialistica sia dei magistrati che degli altri operatori coinvolti nel procedimento, e ancora il principio della detenzione separata rispetto ai maggiorenni. Le nuove regole riguarderanno un numero significativo di persone, pari al 12% del totale della popolazione coinvolta in procedimenti penali: in Europa, infatti, sono circa un milione i minori che ogni anno entrano formalmente in contatto con le forze dell’ordine e con la giustizia. La celebrazione dei processi secondo i nuovi criteri renderà più facile il reinserimento sociale dei ragazzi che hanno problemi con la legge, come si è dimostrato nell’esperienza italiana, che è stata un’essenziale fonte di ispirazione. E c’è un altro aspetto di grande importanza: questa legge è un nuovo passo verso l’ampliamento dello spazio europeo di giustizia. Si armonizzano gli standard dei diritti e delle garanzie procedurali per consentire che le decisioni adottate dall’autorità giudiziaria di uno stato membro possano essere riconosciute ed eseguite in tutti i paesi dell’UE. Un aspetto determinante per il potenziamento della lotta al crimine, e infatti questa legge rientra in una road map che comprende altre direttive approvate o ancora da approvare”.

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Il momento della firma per la pubblicazione della direttiva UE sul giusto processo penale minorile

La lotta transnazionale al crimine negli ultimi mesi si è inevitabilmente concentrata sull’emergenza terrorismo. Poco prima della pausa estiva in commissione Libe è stato varato il progetto di direttiva che prevede alcune nuove figure di reato, un altro lavoro in cui lei è attivamente coinvolta, stavolta come relatrice per conto del gruppo S&D. E alcune settimane prima è diventato legge il PNR europeo, oggetto di un ampio e sofferto dibattito. Basteranno questi provvedimenti per fermare la minaccia terroristica? E non c’è il rischio di compromettere quelle libertà civili che rappresentano un pilastro della cultura europea?

“È chiaro che gli interventi normativi da soli non possono bastare, perché è indispensabile una strategia coordinata su scala europea a 360 gradi che, viste le forme inedite e complesse assunte dal fenomeno del terrorismo, abbracci anche la prevenzione e la sfera operativa del contrasto. Mi riferisco a politiche contro la marginalizzazione sociale, che spesso è un presupposto dei casi di radicalizzazione sempre più frequenti, e mi riferisco alla valorizzazione massima della cooperazione di polizia e giudiziaria attraverso lo scambio costante di informazioni e la centralità delle agenzie Europol ed Eurojust. Una necessità, questa, espressamente affermata nella direttiva PNR così come nel progetto di direttiva antiterrorismo che abbiamo approvato in commissione Libe, già nella fase del trilogo con Commissione Europea e Consiglio per giungere alla stesura finale. È però altrettanto chiaro, proprio in conseguenza delle caratteristiche del terrorismo attuale, che una nuova base normativa è indispensabile per poter combattere il reclutamento online, il fenomeno dei foreign fighters e dei viaggi a scopo di terrorismo, le forme di finanziamento alle reti del terrore, tutte fattispecie alle quali la direttiva antiterrorismo in itinere ricollega nuove figure di reato. Quanto alle libertà, ritengo che sia stato realizzato il miglior equilibrio possibile tra domanda di sicurezza e tutela della privacy e dei diritti fondamentali in genere. In base alla direttiva sul PNR, per esempio, le informazioni sui passeggeri comunicate dai vettori agli stati membri saranno gestite da apposite autorità, le Unità d’Informazione sui Passeggeri (UIP), nel rispetto di criteri e garanzie predeterminati. Resteranno memorizzate nelle banche dati per 5 anni ma potranno essere trattate solo a fini di prevenzione, accertamento, indagine e azione penale per reati di terrorismo e dovranno essere rese anonime dopo 6 mesi dall’acquisizione. È vietato, fra l’altro, trattare i dati in chiave discriminatoria, per esempio  in modo da rivelare l’origine razziale, le opinioni politiche, la religione, lo stato di salute e l’orientamento sessuale dell’interessato. E ogni stato membro dovrà garantire ai viaggiatori un diritto di protezione dei dati personali, di accesso, rettifica, cancellazione e limitazione. La lotta al terrorismo è una priorità comune, e in proposito considero molto significative le statistiche diffuse di recente dall’Eurobarometro, in base alle quali l’82% dei cittadini europei reclama più interventi da parte dell’UE e, tra loro, il 69% considera insufficiente quanto fatto finora”.

Voci direttiva

Screenshot RSI

Nel progetto di direttiva antiterrorismo è stata inserita, in seguito a un suo emendamento, una disposizione secondo cui, per le indagini e le azioni penali su reati di terrorismo, i paesi membri dovranno garantire che le autorità di contrasto possano utilizzare strumenti investigativi efficaci come quelli impiegati nella lotta contro la criminalità organizzata o altri reati gravi. Il terrorismo può essere combattuto con gli stessi metodi utilizzati contro le mafie?

“Per molti aspetti sì. La stessa normativa antimafia italiana ha molti punti di contatto con quella antiterrorismo. E di recente il procuratore nazionale Franco Roberti ha definito senza mezzi termini l’Isis un’organizzazione mafiosa transnazionale. Oltretutto, è ormai dimostrata l’esistenza di vere e proprie interconnessioni tra organizzazioni terroristiche e mafiose, soprattutto sotto forma di sostegno finanziario offerto da queste ultime alle prime. Un’altra disposizione inserita nella direttiva su mia proposta punta proprio a colpire questi collegamenti”.

Cambiamo argomento. Uno dei suoi motivi di impegno nell’europarlamento è promuovere l’occupazione giovanile. A luglio ha partecipato, con una delegazione della commissione Controllo dei bilanci (Cont) di cui fa parte, a una missione in Sicilia per verificare l’andamento di Garanzia Giovani, attraverso incontri nei centri per l’impiego e con le istituzioni regionali e nazionali coinvolte nell’attuazione del programma. Che situazione avete trovato?

“In Sicilia, dove si è registrato il maggior numero di partecipanti con il 16% del totale nazionale, il saldo del primo biennio di Garanzia Giovani può essere considerato tutto sommato positivo, anche se non mancano criticità. I tirocinanti inclusi nel programma sono stati 42mila e oltre cinquemila di loro sono stati poi assunti grazie al bonus occupazionale e al superbonus stanziato dal ministero del lavoro. La percentuale di trasformazione, il 12%, non è alta, ma non c’è dubbio che Garanzia Giovani abbia contribuito a incrementare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, tanto che, in base ai dati forniti dalla Commissione Europea, la disoccupazione giovanile è scesa del 3%, in linea con la tendenza registrata nel resto del paese. È ovvio però che in una regione come la Sicilia, dove il tasso strutturale di disoccupazione resta ben al di sopra della media nazionale, è indispensabile valorizzare le azioni più direttamente orientate all’inserimento lavorativo, rimaste finora molto in secondo piano rispetto a quelle formative, anche perché queste ultime sono state le più richieste e si è andati avanti di conseguenza, senza una vera e propria pianificazione. È soprattutto questo l’aspetto da migliorare. Occorre dare più spazio a misure come l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità, previste ma di fatto non ancora attuate, o come l’apprendistato e i bonus alle aziende per l’assunzione post-tirocinio. Garanzia Giovani è una grande chance che la Sicilia deve saper sfruttare al meglio per creare occupazione e produrre competenze, per rilanciare l’economia, per offrire ai giovani un futuro che non sia forzatamente lontano dalla loro terra d’origine. I giovani sono un fondamentale fattore unificante per l’Europa e le politiche per i giovani devono essere il cardine dell’integrazione europea. In questo secondo anno di legislatura ho sostenuto con il mio voto diversi provvedimenti che vanno in questa direzione. Penso alla riforma del regolamento che disciplina Eures, la rete di partenariato locale e transnazionale che ha già dato a molte persone l’opportunità di trovare lavoro e che ora viene estesa a stagisti e tirocinanti. Oppure alla risoluzione che individua le nuove esigenze formative con cui garantire ai giovani europei maggiori chance occupazionali, tenendo conto delle competenze richieste oggi dal mercato e integrando nei processi di apprendimento, per esempio, le nuove tecnologie e lo sviluppo di competenze trasversali. Penso inoltre alla risoluzione approvata dall’europarlamento per promuovere lo spirito imprenditoriale dei giovani attraverso la formazione e a quella che potenzia Erasmus+ e altri strumenti utili per promuovere la mobilità nell’istruzione e nella formazione professionale”.

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Caterina Chinnici dialoga con l’operatrice di un centro per l’impiego durante la missione svolta in Sicilia per verificare l’andamento di Garanzia Giovani

Per concludere, un atto approvato e da lei votato in questo secondo anno di legislatura che, a suo avviso, potrebbe avere riflessi particolarmente positivi sull’economia della Sicilia.

“Direi senz’altro la risoluzione parlamentare dell’aprile scorso che invita la Commissione Europea ad adattare le definizioni di pesca costiera e pesca costiera artigianale alle specificità dei territori e, inoltre, a considerare il ruolo della pesca costiera artigianale nelle comunità insulari, che tradizionalmente ne dipendono per la propria sussistenza. Il testo chiede, fra l’altro, l’aumento progressivo delle quote attribuite ai pescatori artigianali e l’attivazione di progetti innovativi improntati alla sostenibilità. Essendo la piccola pesca un’attività legata alle tradizioni locali, avviare piani per la loro salvaguardia e sviluppare attività complementari compatibili con le vocazioni del territorio, come il turismo nautico o la pesca ricreativa, potrebbe contribuire al rilancio delle aree insulari”.

Dario Lo Verde
(Responsabile informazione e comunicazione per
l’On. Caterina Chinnici)

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